Buon compleanno Lenin

Nell’aprile del 1917, mentre il mondo si contorceva da tre anni nella sua prima sanguinosissima guerra globale, un treno riportava Vladimir Il’ič Ul’janov –noto al mondo come “Lenin”– verso la sua Madre Russia, che aveva appena abbattuto lo Zar e aveva però ancora un governo provvisorio. Erano i giorni delle “Tesi di aprile”. C’era da portare a compimento la Rivoluzione, c’era da tirar la Russia fuori dalla guerra e c’era da costruire un modello di Stato socialista che –in breve tempo- si potesse estendere a tutto il resto del mondo. Ma su quel treno, il problema principale era che Lenin aveva imposto il divieto di fumare. Le compagne e i compagni bolscevichi, inchiodati dentro quei vagoni da giorni e giorni, andavano a fumare di nascosto nei bagni, tenendoli però occupati troppo a lungo, e i non fumatori se ne lamentarono col compagno Lenin. Il quale -mantenendo il divieto formale di fumo ma cercando di coniugare regole, esigenze dei singoli ed esigenze della collettività- istituì dei “pass” per l’utilizzo dei bagni: prima i non fumatori, per un utilizzo congruo e rapido della toilette; secondi i tabagisti, per le proprie esigenze più velleitarie.

Era fatto così, il compagno Lenin: non c’era Rivoluzione, senza organizzazione; non c’era Socialismo, senza organizzazione; non c’era Futura Umanità, senza organizzazione. Perché l’organizzazione in fondo altro non è che la gestione del potere: e una rivoluzione la fai proprio per quello, per prendere il potere e poi cambiare le cose.

“Istruitevi, agitatevi, organizzatevi!” scriveva Antonio Gramsci. E probabilmente  Lenin questo lo aveva ben chiaro fin da bambino, quando vide il fratello impiccato dalla polizia russa per le sue azioni contro la dittatura dello Zar. Nato esattamente 150 anni fa, il piccolo Vladimir si mise a studiare sodo e divenne il primo della scuola. Non “bravo”, non “bravissimo” e nemmeno il “primo della classe”: il primo della scuola, tutta. “Assai dotato, costante e intelligente… ha meritato la medaglia d’oro come allievo più degno per l’esito, il profitto e il comportamento” concedeva il direttore del suo ginnasio, un tal Kerenskij, che però si soffermò a scrivere molto del suo caratteraccio: troppo schivo, troppo riservato, poco socievole soprattutto verso “altri ragazzi che sono il vanto della scuola”. Nella feroce ironia riparatrice della Storia, quel direttore era il padre di Aleksandr Kerenskij, il futuro capo del governo provvisorio che Lenin defenestrò con la Rivoluzione d’Ottobre –costringendolo alla fuga travestito da donna, la notte avanti quel 7 novembre del 1917: il primo –come ci ha raccontato John Reed– di quei “dieci giorni che fecero tremare il mondo”.

Dice Bertolt Brecht che il compagno Lenin è stato commemorato, e senza risparmio, con busti e lapidi e statue e discorsi e città e bambini che portano il suo nome. Era contrario al culto della personalità, che pure gli toccò e non poco (in vero, molto più da morto che da vivo); e –sempre secondo Brecht- fra tutti i modi di celebrarlo, forse avrebbe apprezzato maggiormente quello dei tessitori di tappeti di Kujàn-Bulàk, uno sperduto villaggio del Turkestan. Quando il treno portò loro la notizia che si doveva commemorare il compagno Lenin, questi poveri tessitori misero i pochi copechi risparmiati a disposizione per farne un bel busto di gesso. Il soldato dell’Armata Rossa, incaricato di raccogliere i soldi, vede il loro zelo però vede anche le mani insicure: perché c’è la malaria, nel villaggio, e i tessitori stanno male. Così decidono di utilizzare quei soldi non per un busto di gesso (che probabilmente qualcuno, in un giorno qualsiasi della storia, potrebbe perfino decidere di abbattere): comprano catrame e ricoprono lo stagno, dietro al cimitero dei cammelli, che porta loro la malaria. “Così furono utili a sé stessi, onorando Lenin, e lo onorarono essendo utili a sé stessi, e avendolo dunque compreso.”

Ed è probabilmente proprio per questo che il compagno Lenin è sopravvissuto sia a chi gli ha eretto busti, sia a chi li ha abbattuti, sia a chi ha fatto del suo nome un mausoleo, sia a chi quel monumento lo vorrebbe definitivamente svuotato: perché fu, davanti alle cose che non funzionano e che dunque producono ingiustizia, l’ostinata ricerca della risposta concreta alla continua domanda “che fare?”

Edmond Dantès

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