Chicago, 1 maggio 1867. Varata (per la prima volta) la legge sulle otto ore lavorative

Provate a lavorare, alla fine dell’800, dentro quelle infernali fabbriche metalmeccaniche dell’America e del nord Europa, enormi ingranaggi che stritolano corpi e vite di operai –anche bambini- tenuti alla “catena” per turni di dodici, spesso anche sedici ore consecutive. Provate voi a lavorare dentro quei capannoni invasi dal clangore metallico e dal fumo pestilenziale: orecchie assordate, occhi acciecati, polmoni ammorbati. O provate a lavorare nelle risaie, mondine della “Bassa” con i piedi nell’acqua stagnante e la schiena curva per accudire minuscole piantine di riso, un cappello di paglia e un fazzoletto di cotone come unici strumenti protettivi, per fare a mani nude un lavoro che oggi è fatto dai diserbanti chimici. “Se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorare: e sentirete la differenza tra lavorare e comandare”. Ecco cos’hanno detto operai e mondine alla fine dell’Ottocento, sfruttati da una Rivoluzione Industriale e da un’Agricoltura che doveva abituarsi a sfamare le “metropoli”: un sistema che voleva nuovi schiavi in fabbrica e vecchie schiavitù nei campi.

Otto ore di lavoro, otto ore di svago, otto ore di sonno”: è su questa rivendicazione di lavoratrici e lavoratori che nasce il primo maggio. La Storia ci racconta che il primo maggio del 1867 a Chicago entrò in vigore la prima legge per la giornata lavorativa di otto ore e che esattamente 19 anni dopo, il primo maggio del 1886, gli Stati Uniti furono squassati da un’ondata di scioperi e scontri dei manifestanti con la polizia, perché quella legge –la legge delle Otto Ore- fosse realmente applicata e, soprattutto, fosse estesa a tutta l’America. Proprio a Chicago scoppiò la “Rivolta di Haymarket”, la piazza di un mercato dove si riunivano i lavoratori in sciopero: ci furono morti e feriti, sia tra i lavoratori che tra i poliziotti, e otto anarchici furono arrestati per supposti attentati alle forze dell’ordine. Erano immigrati tedeschi, erano anarchici, erano il capro espiatorio perfetto: quattro di loro vennero condannati a morte e giustiziati in tempi rapidissimi, appena un anno dopo. E seppur già nel 1893 fu riconosciuto che nessuno di quegli otto avesse minimamente a che fare con lanci di bombe o morte di agenti, su quella piazza rimase a lungo soltanto un monumento a ricordo dei poliziotti caduti. Degli operai, delle loro lotte per le otto ore lavorative e per il fatto che su quella piazza, di fatto, fosse nato il “primo maggio”, non ci sarà traccia addirittura fino al 2004: quando finalmente il sindaco di Chicago e i leader sindacali inaugureranno un monumento alle lotte operaie per ottenere le fatidiche otto ore lavorative.

L’esempio di Chicago non rimase però isolato. La Storia aggiunge che –nei giorni e nelle settimane successive a quel primo maggio 1886- i compagni lavoratori europei scioperarono e scesero per le strade chiedendo la stessa cosa: otto ore di lavoro al giorno. E anche loro furono affrontati e attaccati dalle polizie, mandate dai governi, pagate dai padroni, Bismarck, il ferreo cancellerie della Prussia, vietò financo ogni manifestazione in solidarietà a quei propri connazionali ingiustamente condannati a morte lì in America: perché saranno stati tedeschi, certo, ma erano pur sempre anarchici. E così anche in Europa ci furono operai picchiati, arrestati, uccisi negli scontri e condannati a morte; ma la protesta non si arrestava e la parola d’ordine dei lavoratori, da una parte e dall’altra dell’Oceano Atlantico, era ormai la stessa, identica, comune: vogliamo la giornata lavorativa di otto ore.

Era nato finalmente il primo grande movimento internazionale: ed era naturalmente quello dei lavoratori. Mentre i Capi delle industrie e delle nazioni si abbandonavano a quell’avidità smodata di potere e capitale che porterà alla Prima Guerra Mondiale, lavoratrici e lavoratori di tutto il mondo scoprivano di essere tutti uguali, di avere gli stessi bisogni e di dover rivendicare insieme gli stessi diritti. Lo dice –di nuovo- la Storia, mica noi: ed infatti fu a Parigi, nel 1891, che il Congresso della Seconda Internazionale (l’organizzazione dei vari partiti socialisti e laburisti) proclamò il “Primo Maggio” come la Giornata Internazionale dei Lavoratori: da allora e per sempre, in ogni angolo del pianeta.

E se il primo maggio si va allegri in piazza –con il sole sulla faccia- o si guarda un concerto dal divano –chiusi in casa per un altro giorno ancora-; se c’è una manifestazione nella quale sventolar bandiere; se c’è una festa di vino rosso e pecorino o dei fiori rossi da lasciare agli operai uccisi dalla mafia; se c’è una canzone, un inno comune, che suona in sottofondo attraverso tutto questo nostro pianeta e se c’è un altro diritto per cui lottare, pensando che vale la pena lottare perché alla fine lo otterremo, lo si deve all’operaio di Chicago e alla mondina di Novellara che –quasi centocinquant’anni fa- cominciarono a pretendere la giornata lavorativa di otto ore. Pienamente consapevoli di ciò che erano, la mondina e l’operaio: lavoratori, la vera forza motrice per cambiare in meglio questo mondo.

Edmond Dantès

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