Violenza sulle donne, Susanna Camusso: Serve una rivoluzione culturale e non solo in Ungheria

Il Parlamento ungherese ha respinto la ratifica della Convenzione di Istanbul.

Promossa dal Consiglio d’Europa, la “Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, riconosce la violenza sulle donne come una violazione dei diritti individuali, includendo una serie di nuove tipologie di reato, quali le mutilazioni genitali femminili, il matrimonio forzato, gli atti persecutori (stalking), l’aborto forzato e la sterilizzazione forzata.

Prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire penalmente i loro aggressori sono i cardini della Convenzione, firmata dall’Ungheria nel 2014.

Ora però l’assemblea nazionale magiara ci ripensa, adottando una dichiarazione politica del partito cristiano-democratico alleato di Orbán, in cui si chiede di respingere la ratifica del trattato internazionale, sostenendo che  nel diritto ungherese ci sono già tutte le norme necessarie a proteggere le donne dalla violenza domestica.

La dichiarazione contraria alla Convenzione di Istanbul, adottata dal Parlamento con 115 voti a favore, 35 contrari e tre astensioni, invita non solo il governo a non prendere ulteriori provvedimenti per il riconoscimento della forza vincolante della Convenzione, ma chiede all’esecutivo di assumere un atteggiamento di contrasto all’adozione del documento anche nelle sedi istituzionali europee.

Netta la posizione del vicepresidente dell’Europarlamento Fabio Massimo Castaldo, eletto tra le file del M5s, che in un comunicato diffuso ieri ha dichiarato: “Nell’Ue una donna su tre, di età pari o superiore a 15 anni, ha subito violenza fisica e/o sessuale, mentre negli ultimi mesi e durante la pandemia da Covid-19 si è registrato un aumento del 20% della violenza domestica in tutti i 193 stati membri delle Nazioni Unite. Sono numeri allarmanti che devono far riflettere. Per questo, appare ancor più scellerata e inaccettabile la decisione del Parlamento ungherese di respingere la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne conformandosi quindi alla posizione del Governo guidato da Viktor Orbán, secondo cui questo trattato promuoverebbe ideologie di genere distruttive e la migrazione illegale”.

“È una decisione inaccettabile – è il commento di Susanna Camusso responsabile delle politiche di genere e delle politiche internazionali della Cgil – a preoccupare di più è la scarsa rilevanza che gli organi di informazione hanno dato alla notizia, come se la libertà e la sicurezza delle donne fossero una problematica femminile, una “cosa da donne”. Sul tema della violenza sulle donne è necessaria una rivoluzione culturale e non solo in Ungheria o nei paesi sovranisti. La maggioranza degli uomini, se viene chiesto a loro, non si credono violenti ma nella quotidianità utilizzano un linguaggio e un modo di fare discriminante. È il problema di cultura maschilista e patriarcale che se non giustifica tende a sottovalutare accadimenti come quello ungherese. Il Parlamento magiaro ha approvato un documento secondo il quale la Convezione di Istanbul favorirebbe “l’ideologia distruttiva di genere” e la “migrazione illegale”, distruggendo le famiglie. Ad inquietare è soprattutto il fatto che la dichiarazione rilasciata non sia l’estemporanea presa di posizione del sovranista di turno, ma una dichiarazione politica ufficialmente rilasciata da un Parlamento, un organo di rappresentanza, ricordiamolo, tecnicamente sospeso da Orban, che però per l’occasione lo ha convocato. Un’assemblea con poche, pochissime donne che ancora una volta – come se ce ne fosse stato bisogno! – smentisce  la falsa credenza dell’universalità della rappresentanza maschile, in Ungheria come in qualsiasi altra parte del mondo. Senza andare troppo lontano basta dare un’occhiata alla task force governativa che gestirà la fase 2 della emergenza Coronavirus nel nostro Paese. Su 17 persone contiamo solo 4 donne e non è un caso che i problemi più grandi ancora irrisolti siano legati proprio alle problematiche legate al lavoro di cura globalmente inteso. E’ necessaria, lo ripeto perché il concetto sedimenti bene nelle teste di chi ancora non vuole sentire, una rivoluzione culturale che riconosca il ruolo della donna nella vita e nel lavoro, che rifiuti il concetto di ogni discriminazione e violenza, non solo quella fisica, non solo quella urlata. Solo così diventeremo un’Europa, un mondo che consideri inaccettabile la vicenda ungherese, un’Europa che prenda posizione, a voce alta, senza vergogna, senza avalli più o meno pubblicamente dichiarati”.

Nell’attesa che la rivoluzione culturale auspicata da Susanna si compia, ribadiamo il concetto che sui nostri diritti siamo disposte a fare un passo indietro solo per prendere la rincorsa.

La violenza sulle donne è una sconfitta per tutti, anche oggi, soprattutto oggi, in Ungheria come in qualsiasi altra parte del mondo, anche durante la pandemia, soprattutto durante la pandemia.

Le donne saranno il motore della ripartenza dicevamo proprio con Susanna qualche mese fa, e io non voglio smettere di crederci, non voglio smettere di lavorare e lottare perché questo avvenga.

Tutte insieme, come sempre, perché tutte insieme vogliamo tutto: vogliamo il pane, vogliamo le rose, vogliamo la Convenzione di Istanbul in Ungheria e dappertutto.

Ilaria Romeo

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