Approvata dal governo la regolarizzazione dei migranti

Il Governo, all’interno di un poderoso pacchetto di misure per la “crisi” covid-19 da 55 miliardi di euro, il cosiddetto decreto “Rilancio”, approva la regolarizzazione dei lavoratori “stranieri”: un intervento rivolto a quelle centinaia di migliaia di donne e uomini che da anni lavorano per raccogliere il nostro cibo, curare le nostre case, accudire i nostri familiari infermi o anziani. “Stranieri” che tengono in piedi il nostro Paese, grazie ai quali abbiamo fatto ogni giorno la nostra vita “normale”, grazie ai quali siamo rimasti a casa durante il lockdown e grazie ai quali ora l’Italia potrà ripartire.

dlrilancio

Una regolarizzazione, in verità, rivolta ad una parte di loro: sarà un permesso “a tempo” –collegato al contratto di lavoro o alla possibilità di cercarselo, un lavoro- e sarà vincolato al fatto di ave avuto un contratto regolare nel 2019. Una forte limitazione, senza dubbio: evidentemente frutto di una mediazione politica interna al Governo, verso chi ha più paura di perdere (altri) voti a vantaggio della destra. Ma proprio il clima di fatica dentro cui è nato questo provvedimento deve farcene cogliere anche il profondo valore simbolico. E’ un atto di civiltà, che non a caso mancava da troppi anni. Le destre nostrane infatti su questo hanno sempre avuto le idee chiare: meglio instillare e cavalcare l’odio contro i migranti che ci “rubano il lavoro”, facendo così il regalo più grande alle mafie e ai padroncini senza scrupoli. Meglio negare diritti ai lavoratori “stranieri” e costringerli a subire il ricatto del “lavoro nero”: in questo modo gli stessi diritti possono essere negati anche ai nostri lavoratori “italiani”.

Il decreto , per Giovanni Mininni, segretario della Flai Cgil, tra i più importanti “testimonial” della battaglia sulle regolarizzazioni, è un “traguardo storico” perché “apre per tante donne e tanti uomini una prospettiva di uscita dai soprusi, dai ricatti e dallo sfruttamento attraverso i quali hanno conosciuto il nostro Paese. Ne beneficeranno anche i lavoratori italiani perché non potranno essere più ricattati dalle aziende che sfruttano con la minaccia di trovare manodopera a più basso costo”.

Perché di questo si tratta: far uscire lavoratrici e lavoratori dall’invisibilità, riconoscergli diritti sacrosanti e sottrarli al ricatto e allo sfruttamento delle mafie e di padroncini senza scrupoli. Un lavoratore “regolarizzato” –straniero o meno- non sarà più inevitabilmente schiavo, chino per un euro l’ora a raccogliere le nostre fragole e i nostri pomodori, vessato da caporali che gli fanno pagare il trasporto all’alba verso i campi e una brandina dentro un capannone, per dormire qualche ora. Non sarà più parte della manovalanza impotente che le mafie usano, di fatto a costo zero, per stabilire fin dall’inizio il proprio controllo su tutta la filiera alimentare. Non sarà più costretto anche a morire in silenzio, senza farsi notare: si calcola infatti siano stati 1500 negli ultimi sei anni le donne e gli uomini morti di fatica, lavorando le nostre terre: “Il caporalato – ha infatti detto il premier Giuseppe Conte – si combatte con la regolarizzazione”.

E la regolarizzazione permetterà a migliaia e migliaia di lavoratori di diventare –seppur ancora “ a tempo”, seppur ancora con diversi limiti troppo “politicisti”- delle persone, dei cittadini: con sacrosanti diritti da esigere e ferme regole da rispettare.

E’ solo un primo passo – ma così importante, perché su questa strada da anni nessuno pensava più di camminare.  In questa strana e certo un po’ confusa fase due, infatti, cominciano a riaffermarsi idee ben discordanti su dove si dovrebbe andare. C’è chi propone, con la forza soverchiante dei propri strumenti, di riprendere la vecchia via, quella lastricata di ingiustizie, di grandi profitti per pochi e immensi sacrifici per tutti gli altri, di disuguaglianze inamovibili che si cristallizzano sempre più.

E c’è chi comincia a proporre un’altra strada, un sentiero che eviti di riportarci ad un mondo che non funzionava neanche prima, che tenga conto di ciò che il dramma covid ci ha insegnato e che magari colga l’occasione per provare a ridisegnare un paese più giusto, più armonico, più uguale. E’ un sentiero, per ora, forse oggi non è segnato su nessuna mappa e si riesce ad intravederlo appena: ma la sanatoria per regolarizzare lavoratrici e lavoratori stranieri è un primo passo importante lungo quel cammino. Perché, pur tra le fatiche della mediazione e qualche timore di troppo per le polemiche strumentali che si scateneranno,  finalmente si comincia a scegliere di fare la cosa più giusta, anziché quella più facile.

Fortebraccio News

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