Smart working sì o smart working no? Non è così semplice, per fortuna – Esmeralda Rizzi

Abbiamo appurato che quello vissuto nei giorni dell’emergenza Covid non è lo smart working definito dalla legge che lo ha introdotto ma un suo surrogato, la brutta copia. Nella nostra ricerca – “Quando il Lavoro da casa è smart”, curata dall’Area politiche di genere della Cgil insieme alla Fondazione Di Vittorio – avevamo utilizzato per definirlo il termine Home working, altri preferiscono Remote working perché, pur nel pieno della crisi, alcuni non hanno potuto restare a casa e si sono adattati anche a lavorare da altre postazioni. Resta che quella che è la caratteristica essenziale del Lavoro Agile è mancata.

Nei giorni convulsi e spaventevoli del contagio, le aziende che hanno potuto, hanno spostato lavoro e dipendenti dall’ufficio a casa senza alcuna riorganizzazione o formazione. Ma la chiave, dicevamo, del Lavoro Agile è tutta lì, in una nuova concezione e organizzazione del lavoro che non viene più calcolato su tempo e presenza ma sugli obiettivi raggiunti. Un tema che riguarda da vicino le donne, ma di questo parlerò in un’altra occasione.

Lo Smart working, quello vero, e la sua filosofia, per un Paese come il nostro, sono davvero una rivoluzione che ad oggi non c’è stata.

La legge 81 del 2017 stabilisce infatti che il Lavoro Agile abbia quattro caratteristiche fondamentali: flessibilità, assenza di vincoli spazio temporali, organizzazione per fasi/cicli/obiettivi, accordo tra datore di lavoro e lavoratore. Va da sé che tranne il primo punto, forse, nessuna delle altre condizioni al tempo del Coronavirus è stata rispettata. Chi per mestiere è abituato a leggere i possibili sviluppi negativi delle nuove forme di lavoro, chi fa sindacato da una vita per esempio, ha subito visto il rischio: isolamento, decurtazione economica, possibilità di recesso da parte dell’azienda con soli 30 giorni di preavviso, ghettizzazione dei lavoratori più deboli, rottura della collettività aziendale, del gruppo lavoro che in caso di decisioni aziendali da contrastare, sconoscendosi faticherebbe a trovare un’unità di azione. Volendo poi guardare in un’ottica di genere a questa modalità di lavoro, la prima critica che balza subito agli occhi è il ritorno delle donne tra le mura domestiche. “Abbiamo lottato per uscire di casa – dicono in molte- ora vogliono riportarci dentro a barcamenarci tra lavoro di cura/domestico e lavoro professionale? Mai”.

Un mai che si scontra con le parole degli altri e delle altre, quelle che invece il lavoro da casa lo hanno apprezzato, amato e non vorrebbero più tornare indietro e dicono “Smart working tutta la vita”. Sono tante e tanti, e il sindacato oggi li deve ascoltare. Perché se è vero che un leader deve tracciare la strada, è anche vero che quella strada non può essere un percorso a ritroso.

L’emergenza Covid ha impresso al mondo del lavoro e ai sistemi di comunicazione e relazione una svolta che ci ha cambiato. Ha cambiato tempi, organizzazione, modalità in meno di tre mesi. Ieri in prima pagina sul Sole 24 c’era la notizia che il valore di Zoom, la piattaforma per le riunioni virtuali, ha superato in borsa quello di General Motors.

Le aziende italiane, in gran parte freddine nel pre Covid al Lavoro Agile e soprattutto nei confronti delle donne perché diffidenti circa la loro capacità di lavorare da casa, oggi si sono rese conto che da casa si lavora in media meglio e di più, e che per loro i costi scendono.

Da oggi in poi, ogni volta che la proposta del datore di lavoro si incontrerà col desiderio di lavorare da casa del dipendente, il sindacato avrà il compito di tutelare quel lavoratore, spiegargli rischi e vantaggi, mettergli a disposizione gli strumenti che la legge, prevedendo per lo smart working il semplice accordo tra lui e l’azienda, non gli ha voluto dare. La vera sfida per il sindacato al tempo dello Smart working non è un sì o un no ma un come.

Esmeralda Rizzi

Un pensiero riguardo “Smart working sì o smart working no? Non è così semplice, per fortuna – Esmeralda Rizzi

  1. D’accordissimo! il come e’ fondamentale…e dare liberta’ di scelta e valutare anche le condizioni di sicurezza che ogni lavoratore ha a casa propria..Pero’ per carita’ non chiamatelo “smart working”…una bella parola in italiano no? Tipo “lavoro da casa”? Nel Regno Unito lo chiamano “working from home” ed e’ una modalita’ presente da tempo in molte organizzazioni, imprese e anche nel settore pubblico.

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