Perché voto No al referendum – Maurizio Brotini

L’antiparlamentarismo ha una lunghissima tradizione nel nostro Paese: paradossalmente è possibile sostenere che preesista agli stessi ordinamenti repubblicani, o per meglio dire tradizioni notabilari dell’Italia liberale e rigurgiti di Stato corporativo declinati in veste qualunquistica si manifestano nella stessa discussione all’Assemblea Costituente. Illuminanti a questo proposito le parole di Umberto Terracini, Presidente della stessa: “Il numero dei componenti un’assemblea deve essere in certo senso proporzionato all’importanza che ha una Nazione, sia dal punto di vista demografico, che da un punto di vista internazionale. La diminuzione del numero dei componenti la prima Camera repubblicana sarebbe in Italia interpretata come un atteggiamento antidemocratico, visto che, in effetti, quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni. Quindi, se nella Costituzione si stabilisse la elezione di un Deputato per ogni 150 mila abitanti, ogni cittadino considererebbe questo atto di chirurgia come una manifestazione di sfiducia nell’ordinamento parlamentare. Quanto alle spese, ancora oggi, non v’è giornale conservatore o reazionario che non tratti questo argomento così debole e facilone. Anche se i rappresentanti eletti nelle varie Camere, dovessero costare qualche centinaio di milioni di più, si tenga conto che di fronte ad un bilancio statale che è di centinaia di miliardi, l’inconveniente non sarebbe tale da rinunziare ai vantaggi della rappresentanza” (Discorso alla Costituente, 1947).

Nelle argomentazioni di Terracini si leggono, oltre alla assoluta centralità del Parlamento come espressione del corpo vivo della Nazione, la rivendicazione del primato della politica sia rispetto ai potentati nazionali che non avevano esitato a schierarsi dalla parte del fascismo come gran parte del mondo imprenditoriale, sia – e questo è un elemento centrale ancor oggi – la rivendicazione del profilo forte e autonomo che l’Italia rivendicava anche sul piano internazionale. Centralità del Parlamento come espressione della volontà popolare – sancita da una legge squisitamente proporzionale, che i Costituenti non misero nella Carta perché assolutamente impensabile che il voto di ciascun elettore (cittadino e lavoratore) non valesse e fosse rappresentato allo stesso modo – ed affermazione di non subalternità nello scacchiere internazionale. La forza e rappresentatività degli ordinamenti repubblicani espressione dunque di autonomia e progresso.

E ieri come oggi l’argomento delle spese della democrazia era appannaggio di una cultura conservatrice o squisitamente reazionaria, che aveva in odio la politica come strumento di riscatto di operai e contadini, considerati antropologicamente espressione di una umanità minore, indegni di sedere nelle aule parlamentari, come ci insegna la stessa storia del compagno Giuseppe Di Vittorio.

Questo è il motivo profondo che anima il mio giudizio negativo e la mia volontà per il No nel voto del referendum costituzionale per il taglio dei parlamentari. Per l’attacco al Parlamento – al Parlamentarismo – che oggettivamente e soggettivamente anima i proponenti. Il Parlamento non è affatto la casta o una casta: è storicamente e politicamente un freno ai Poteri assoluti, siano essi il Monarca o le oligarchie economiche. La Democrazia non è un costo, altrimenti la logica conseguenza è un sistema presidenziale che formalizzi il Capo carismatico che assume su di sé il corpo mistico della Nazione: una risposta regressiva e pericolosissima alle inquietudini del tempo presente. Le Costituzioni moderne – nate dalla lotta popolare contro il fascismo ed il nazismo – sono pluriclasse, perché immettono e costituzionalizzano il ruolo sociale e politico dei lavoratori e delle lavoratrici rispetto alle società notabilari basate sulla proprietà. Riconoscono e legittimano la contraddizione – nel processo produttivo, nella società e nella politica – di soggettività autonome, il Capitale ed il Lavoro, l’impresa ed il lavoratore: una concezione che assume la dialettica come elemento costitutivo sia dell’essere sociale che dell’individuo. La contraddizione non è il Male, ed il Divenire ha priorità sull’Essere.

C’è poi, oltre alle questione sociale e collegata ad essa, il tema della rappresentanza territoriale. I territori e le aree deboli, siano esse piccole Regioni o aree interne, vengono ulteriormente penalizzate, soprattutto al Senato. Gli effetti oggettivi della vittoria del SI, oltre ed assieme ad una soglia di sbarramento abnorme – seppur non dichiarata – che lascerebbe senza rappresentanza milioni di residui elettori che si sommerebbero ai non votanti, sarebbero quelli di un ulteriore rafforzamento delle oligarchie sociali e territoriali. Saremo quindi di fronte alla ulteriore costituzionalizzazione, dopo quella del pareggio di bilancio, dei principi del neoliberismo, che teorizzano e praticano la polarizzazione sociale e territoriale. Solo ai dominanti ed i territori forti spetta la l’accesso alla Politica, non più strumento possibile di emancipazione delle classi più numerose e più povere. Dopo la crisi del 2008 e il fallimento del mercato e delle politiche dell’austerità a fronte del Covid19 c’è, incredibilmente, chi continua a proporre assolutizzandolo il ruolo ed il primato delle “formazioni predatorie”. Di più Democrazia, Rappresentanza e di Lavoro rappresentato c’è bisogno: anche per questo nel mio piccolo voto NO. Non condivido, inoltre, legare una modifica costituzionale ad una maggioranza di Governo. O argomentare per il SI sostenendo che votando NO – e se il NO prevalesse – andremmo ad una crisi di Governo (il trappolone di bersaniana memoria).

Costituzione e leggi elettorali spettano al Parlamento ed all’intero corpo elettorale. Quando Governo chiede di essere legittimato impropriamente mettendo la fiducia su una modifica della Carta ricercando una investitura plebiscitaria tramite referendum, solo per questo meriterebbe un voto contrario per aver piegato alle contingenze della piccola politica politicante le scelte sui principi che animano la vita associata. Il Governo e le forze che lo sostengono si guadagnino il consenso popolare con le politiche economiche e sociali, non con improprie e costituzionalmente scorrette investiture. Sulle politiche economiche e sociali il Governo deve e sarà giudicato dai corpi intermedi e dagli elettori. A fronte degli attacchi sguaiati del capetto dell’italico padronato al contratto nazionale, al salario, al ruolo dei lavoratori e del sindacato il Governo ha la possibilità di rispondere con un profilo che guardi invece al valore sociale del lavoro, privato e pubblico, rispondendo con politiche che accorcino le differenziazioni sociali e territoriali, riaffermando così ruolo e funzioni della Politica a fronte di milioni di cittadini che non hanno avuto riposte positive da troppi lunghi anni e che gonfiano così il sentimento dell’antipolitica e del populismo regressivo. Basta giocare di rimessa.

Il padronato ha scelto lo scontro frontale, non occorre essere dei geni per capirlo. Il Governo smetta di nicchiare. Contrattacchi. Il New Deal (le politiche keynesiane nel loro insieme) si accompagnava e sorreggeva su leggi a favore del lavoro e delle Organizzazioni sindacali. Proposte radicali a favore del Lavoro, aumento del salario, riduzione dell’orario a parità di salario, ripristino e ampliamento articolo 18, legge sulla rappresentanza sindacale, allargamento del perimetro pubblico e robustissime assunzioni, politiche industriali ed economia mista, di questo c’è bisogno e su questo il Governo dia risposte chiare e urgenti. Questione sociale e questione democratica sono sempre andate di pari passo, e devono ricominciare a camminare assieme in questa fase che vede il divorzio sempre più marcato tra capitalismo e democrazia.

Maurizio Brotini

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